Istantanea Italia: La sfida giornalistica ovvero le famose dieci domande
Mi sembra doveroso riportare qui la vicenda, che da intreccio familiare dilaga ad essere un “affaire” di Stato. In nome della Repubblica Italiana, del Governo Italiano e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Presidente Silvio Berlusconi comunica in data 14 Maggio 2009:
“Invidia e odio nei confronti di un Presidente del Consiglio che ha raggiunto il massimo storico della fiducia dei cittadini: sono palesi i motivi della campagna denigratoria che La Repubblica e il suo editore stanno conducendo da giorni contro il Presidente Berlusconi.
Attacchi di così basso livello, in vista delle prossime elezioni europee e amministrative, confermano non solo l’assoluta mancanza di argomenti politici concreti di quel giornale e della sua parte politica, ma anche una strategia mediatica diffamatoria tesa a strumentalizzare vicende esclusivamente private a fini di lotta politica.”
Per ogni evenienza il sottoscritto si è permesso di copiare una rappresentazione integrale della pagina su citata su disco duro.
Bersaglio di tanto ufficiale quanto velenoso attacco sono dieci domande da parte del quotidiano “La Repubblica”, che il giornale avrebbe, a suo dire, voluto porre al Presidente del Consiglio. “Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, lunedì,” avrebbe “chiesto due giorni per dare una risposta,” che poi non sarebbe arrivata. Da qui la pubblicazione il 14 Maggio non solo delle domande, ma anche del resoconto a fil di citazioni del giornalista Giuseppe d’Avanzo, che sfocia nei “invidiosi ed odiosi” quesiti. Sul comunicato della Repubblica Italiana, del Governo Italiano, della Presidenza del Consiglio, del Presidente Silvio Berlusconi dure le reazioni di opposizione e Federazione Nazionale della Stampa (in mancanza di una pubblicazione online della nota riprendo le citazioni da “La Repubblica”). Durissima la replica di Ezio Mauro e giusta, perché è immemorabile un intervento di un organo ufficiale rappresentante lo Stato nei confronti di un organo privato di pubblicazione, il quale per altro non fa che il suo mestiere, sancito da sacrosanto diritto. Diritto richiamato già da Marco Travaglio, quando in annozero del 7 Maggio offrì al pubblico le fonti (Giornale, Foglio e compagnia bella) del “complotto” contro il Cavaliere, certamente non ordito dalla sinistra, così il giudizio del ns. Zorro nazionale, perché “troppo sfigata”.
Ci resta un mistero, perché il signor Gianni Letta, qualificato da giurista nel comprendere la differenza tra opinione “privata” e “ragion di stato”, e qualificato da giornalistica carriera non solo, ma anche in quanto fù vicepresidente alla Fininvest Comunicazioni nel campo “sarebbe opportuno dire cose sensate”, nel suo ruolo di “Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio” non abbia elegantemente e coerente alle esternazioni del suo da lui rappresentato, dichiarato, che le domande de “La Repubblica” non siano pertinenti a Palazzo Chigi, bensì all’inquilino della Villa di Arcore. Almeno tentare di salvare la faccia, si vorrebbe dire, come in un passato non tanto remoto sembrava essere il passaparola ricorrente. Può darsi, che per questo omissis di ruolo il signor Letta, anche per raggiunta vetusta età di pensionamento, possa servire da scaricabarile. Il che, anche sé dovesse intervenire, non cambierebbe assolutamente niente nell’evidente disconoscimento da parte della Repubblica Italiana, del Governo Italiano ecc. ecc. del limite tra “privato” e “pubblico”.
Sé già nelle cose da lui espressamente chiamate “private”, perché di natura famigliare, il Presidente del Consiglio ricorre alla clave di un comunicato di stampa della Repubblica Italiana, del Governo Italiano ecc. ecc., figuriamoci le reazioni future nelle cose pubbliche. Il che, a questo punto, ci induce alla virtuale undicesima domanda, che ci si dovrebbe voler porre: “Le risposte di cui alle dieci domande sopra indicate escludono in maniera esplicita l’eventuale ricattabilità della persona ricoprente la seconda in ordine delle cariche della Repubblica Italiana?”
Istantanea Italia: Solo un quadro di costume?
Le pagine scandalistiche pregustano il divorzio del centennio? Panni sporchi da lavare in pubblico, la guerra delle rose in una casa più che illustre, quella del presidente del consiglio Berlusconi? Tutti lì, avidi di sapere da fonte sicura, quale sua moglie Veronica Lario, 52, sé suo marito Silvio, 72, sia veramente quello che sembra, oppure qualcosa di completamente diverso. Ovvero il candidato in testa all’Italia per le elezioni al Parlamento Europeo in giugno.
Lo scandaluccio per una festicciola di maggiore età del 26. aprile, dove una ragazzotta napoletana aveva ricevuto il suo “Papi” e da questi un gioiello come dono serale, in realtà (non: nella fiction mediatica) è irrilevante quanto lo sono per un estraneo tutti i motivi immaginabili di un matrimonio che va a monte. Ma nel nostro caso distrae meravigliosamente da ben altre cose.
Infatti una settimana prima dei media avevano additato, che il “Popolo della Libertà” (PdL) teneva dei corsi preparatori per possibili candidati alle elezioni del Parlamento Europeo. Tra gli alunni esclusivamente al femminile non c’erano solo delle Deputate affermate, bensì un nugolo di novizie, il cui profilo comune si può definire così: Giovane, di bella presenza e con esperienza in TV o di palcoscenico. Le premure didattiche degli insegnanti “Papi” Berlusconi, del Ministro degli Esteri Franco Frattini (già Vicepresidente della Commissione Europea dalla fine 2004 a metà 2008) e del suo collega alle Difese Ignazio La Russa furono pubblicate in modo tale, che fu impossibile di escludere a priori le inerenti ambiguità. Niente è valso il comunicato ufficiale, che con “volti giovani, facce nuove” si volesse “rinnovare l’immagine del Pdl e dell’Italia in Europa”, visto che immediatamente è echeggiato un grido di furore. Non dei soliti sospetti di sinistra, bensì della pubblicazione online della fondazione “FareFuturo” di Gianfranco Fini, che ancora a marzo (ah, le idi!) aveva amalgamato la sua AN con il beneamato Popolo.
Così scrive Sofia Ventura su ffweb il 27.04.: “Il velinismo non serve… Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi, le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse.” Il che incitò la signora Lario, e qui apriamo ancora una volta la parentesi scandalistica, a deporre un commento indirizzato tramite giornali al marito: “”Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido: quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”. Il giorno dopo esplodeva la bomba del festino napoletano, chiusa la parentesi.
Il che a sua volta appare come ennesimo scandaluccio, visto che nessuno sembra voler guardare al sodo, ovvero chi effettivamente il Cavaliere vuole mettere in corsa per l’Europa, che sarebbe poi lui stesso. Su tutte le schede circoscrizionali del PdL il Cavaliere è posizionato come numero uno, quasi a mo di strategia, si è tentati di dire, visto che l’elettore italiano può scegliere con voto preferenziale: Sé non il partito, almeno il suo candidato in testa sembrerebbe godere di grande popolarità, stando ai sondaggi attuali. I suoi voti personalmente accumulati gioverebbero comunque al suo partito e quindi alla distribuzione dei seggi nel Parlamento Europeo. Purtroppo c’è un dettaglio vincolante, che pochi conoscono e ancor meno divulgano: Secondo il codice elettorale in vigore a livello nazionale, il mandato europeo è incompatibile con l’ufficio di deputato e di senatore o con la carica di componente del governo di uno Stato membro. Di sicuro è, che il Presidente del Consiglio è membro del Governo, art. 92 della Cosituzione, di una Italia stato membro della Comunità. Quindi?
Silvio Berlusconi, il magnate ed il politico più potente d’Italia, il conduttore di danza sui parquet (inter-)nazionali prossimamente inquilino anonimo dei banchi di Strasburgo? Ma via, scherziamo. Eppure ce lo suggerisce lui stesso con i moduli di voto (e l’inserto a capo della presenza web di PdL: “Vota PdL, scrivi Berlusconi”). Per una Italia, che fu fondatrice di quello che oggi chiamiamo Comunità Europea, che con 72 deputati avrà accanto alla Germania (99), Francia e Regno Unito (ambedue 72) il maggior di esponenti nazionali, per una Italia che sillaba la parola Europa e da sempre più motivo di interpretare le sue vere aspirazioni. Si sa, che talune persone sulle liste del PdL hanno da regolare dei conti in sospeso con la giustizia, e ci si potrebbe abituare. Forse anche al degrado condotto da un Presidente del Consiglio, che non solo occasionalmente deride e mette in ridicolo le istituzioni del proprio paese, dalla Giustizia al Parlamento, dal Presidente della Repubblica ai singoli partiti. Infatti, questo è affare del suo sovrano, popolo ed elettore. Ma non ci si dovrà certamente abituare a tattiche di partito, di presentare successi elettorali a livello europeo, strumentalizzando (apposite?) lacune nelle leggi elettorali nazionali, successi per i quali nessun parlamentare italiano in Europa potrà reclamare la paternità, oppure diciamolo: vorrà invocare la propria responsabilità. In effetti, così come è pacifico che il rimpiazzo per Berlusconi sul seggio a Strasburgo non sarà mai “la persona eletta”, è altrettanto certo, che il Cavaliere avrà d’ora in avanti tanto da fare con avvocati come mai prima nella sua vita.
Proprio in un periodo, dove le discussioni circa l’ampliamento dei poteri del Parlamento Europeo, il c.d. Trattato di Lisbona, sono all’apice a conclusione dei vari procedimenti di ratifica (giusto oggi ne corre il dibattito nel Senato della Repubblica Ceca), sarebbe d’obbligo non solo di nutrire rispetto nei confronti di questa istituzione, ma di praticarlo. Il disconoscimento tramite palpabili manovre nazionali od egocentriche è quindi non solo affronto, ma deve essere definito, specie nel quadro di costume attuale, come il vero scandalo della vicenda. Nonostante tutti i “CuCù”.
(deutsche Ausgabe hier)
Istantanea Italia – Come viene ignorato un giornalista (anche in Germania)
Il suo nome è programma. Travaglio nel senso proprio vuol dire quel lasso di tempo, che ogni donna soffre durante la nascita del proprio bambino, il dolore, le paure ed infine il sollievo, che il frutto del suo grembo ha tutto e per tutto quello che ha da avere. Da più di trent’ anni Marco Travaglio soffre e si diletta di questa sua figlia, l’Italia mediatica. Per questo il 28 aprile ha ricevuto il Premio per la Libertà di Stampa 2009 della Federazione dei Giornalisti Tedeschi a Berlino. I giornali italiani non ne hanno dato voce, neanche quelli tedeschi.
Il che non ci meraviglia, visto che i giornalisti veramente scomodi vengono di regola archiviati, per di più in cassetti remoti, per non turbare l’animo solare di tanti redattori in capo, specie quelli oriundi italiani. Il che invece è il mestiere proprio di Travaglio, da lui seguito con vero amore per i dettagli. Come per esempio nel suo libro “L’odore dei soldi”, pubblicato nel 2001 con il suo co-autore Elio Veltri. Quando il 14 marzo 2001 in un’ intervista televisiva per la RAI egli citò da questa opera, venne immediatamente ricoperto da azioni civili per un valore complessivo di circa 150 miliardi di vecchie lire da parte dell’odierno presidente del consiglio Berlusconi, delle sue società Mediaset e Fininvest e da diversi altri uomini politici. Per sgravarsi, i diversi attori di allora non ebbero altra scelta, visto che gli autori del testo avevano indagato sul come e le fonti delle fortune del Cavaliere, tali da permettergli una carriera dal venditore ambulante ed animatore occasionale al potente statista e capitano d’industria. Non solo venivano analizzati documenti originali concernenti vari movimenti nell’imperio finanziario di Berlusconi. Meglio ancora, il pubblico interessato ebbe modo di leggere, che nella sua ultima intervista due mesi prima della sua morte violenta (e due giorni prima del mortale attacco contro il suo collega Giovanni Falcone) il magistrato antimafia Paolo Borsellino aveva listato il magnate dell’informazione in quanto oggetto d’indagine. Nel frattempo Berlusconi ha perso definitivamente due dei processi contro Travaglio ed ha dovuto accollarsi le spese processuali per più di centocinquantamila euro.
Il che però sono noccioline al confronto con i vari tentativi di frenare nel proprio operato questo giornalista impegnato, preciso e, sommo sacrilegio per un’ Italia cattolica, di attitudine calvinista. Che si tratti della semplice libertà di stampa, citando da atti processuali pubblici, o della libertà d’opinione a riguardo delle dubbie qualità di un direttore della RAI: Travaglio viene trattato con divieti di apparizione e/o con cause civili incommensurabili seguendo il motto – “Il giorno arriva, che crollerà”. Con complicità intestine di vari colleghi giornalisti, da lui descritti nel suo libro “La scomparsa dei fatti” del 2006 nel capitolo “Giornalismo transgenico”. Trattandoli da “cartomanti”, “portavoce” e “spie” retribuite da servizi segreti con tanto di nomi e fonti, Travaglio dedica loro ad inizio capitolo un aforisma del suo mentore Indro Montanelli, dai più ritenuto il vero fondatore del giornalismo moderno del dopoguerra in Italia: “La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.” Il che dovrebbe far fischiare le orecchie anche a vari corrispondenti esteri delle grandi case editrici tedesche, che nella politica italiana non vedono altro che una collezione di aneddoti e curiosità e per il resto si limitano alla divulgazione di trattati sul loro arrivo a Roma per soddisfare gli appetiti del pubblico acculturato.
Marco Travaglio, nato nel 1964, non è figura tragica come un Roberto Saviano, il quale da apprendista alle prime armi ha fissato con inchiostro su carta nomi potenti, dovendo quindi ora vivere sotto scorta in semiclandestinità, rivelandosi infine personaggio di facile culto. Egli è un vero lavoratore, che non si e non risparmia altri, che si è fatto per tempo i nemici giusti ed importanti, invece di lamentarsi ad alta voce del destino da lui stesso scelto. E quindi è giusto e vero l’encomio da parte del presidente dell’associazione tedesca dei giornalisti, Michael Konken: “La premiamo per la Sua tenacia, di apportare critiche ove altri si sono già da tempo arresi; per essersi imposto per decenni come una delle poche voci indipendenti del Suo paese e per non aver abbandonata la lotta per la libertà di stampa in Italia nonostante il dominio berlusconiano degli ultimi 15 anni. A dispetto di tutte le avversità.”
(deutsche Ausgabe hier)
http://www.marcotravaglio.it/
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/
lascia un commento